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Essere vegano

Chiunque abbia mai sentito seppur lontanamente  parlare di veganismo (e non veganesimo come  qualcuno si ostina  a  chiamarlo facendolo pericolosamente somigliare a una religione),  lo  definirebbe come uno stile di vita che non prevede l’uso di prodotti di origine animale. Anche molti vegani utilizzano tale definizione e questo, a nostro parere, sta diventando un problema serio, perché rappresenta un errore concettuale di rilevante importanza.

Volendo prestar fede a quanto si asserisce su Wikipedia (ma molte altre fonti forniscono definizioni simili [1]), lo stile di vita è «un concetto psicologico relativo alla personalità individuale umana, ideato da Alfred Adler, medico e psicologo austriaco che ha dato origine a un ramo della psicologia definito Psicologia Individuale Adleriana» [2]. Nella pagina dedicata a questo argomento, si può anche leggere: «Lo stile di vita può essere definito come il modo di interpretare se stessi all’interno della realtà nella quale si è naturalmente inseriti, ossia  la vita, considerata come insieme  di  fattori biotici e fattori abiotici. Si tratta di un concetto individuale, ossia variabile da persona a persona e conseguenza di numerosi  fattori sociali come il complesso di inferiorità/superiorità, il senso di compensazione legato all’inadeguatezza sociale o alla  forte competenza,  la stima di se stessi e  la convinzione nei propri mezzi (…)».

Da tali definizioni si evince che  lo stile di vita riguarda prettamente  la sfera personale o meglio il modo di interpretare se stessi all’interno della realtà nella quale si è naturalmente inseriti, ossia  la vita, considerata come insieme di  fattori biotici  e fattori abiotici; si tratta in definitiva sempre di un approccio di tipo autoreferenziale e ciò chiaramente prefigura una serie di considerazioni di ordine teorico e pratico. Lo stile  di vita è un’interpretazione personale  dell’esistenza, un approccio che si concretizza in una serie di attività svolte secondo determinati criteri che  poco o nulla hanno a che fare con attività pubbliche, perché concepite come azioni isolate e individuali.

Chi adotta – per una  qualsiasi ragione – un particolare stile  di vita, raramente tenterà di promuoverlo all’esterno della sua stretta cerchia familiare o di conoscenze, pertanto non sarà portato alla divulgazione, all’attivismo e in definitiva alla politica. Le attività relazionali saranno chiaramente influenzate dalla pratica derivante da tale stile di vita, ma esse non potranno essere messe in  pericolo o in discussione per il semplice fatto che, sul piano interpersonale, difficilmente si avanzeranno istanze o rivendicazioni di carattere generale legate alle proprie convinzioni, ma solo prese di posizione personali con  l’intento di ottenere  l’altrui accettazione. Per tali motivazioni ci si può permettere  di  difendere il proprio stile  di vita concedendo ad altri  di averne  di  diversi, anche antitetici al nostro, per il semplice motivo che si  discute di visioni e scelte private che come tali vanno civilmente rispettate o quantomeno ignorate.

A questo punto  la  domanda che ci interessa porre è  la seguente: possiamo considerare lo sfruttamento animale, la morte di miliardi di esseri senzienti, la loro tortura,  la  loro schiavitù come una questione  di scelta personale? E se così  fosse, manterremmo lo stesso atteggiamento conciliante se al  posto degli altri Animali vi fossero appartenenti alla nostra stessa specie? È evidente che la risposta non potrebbe che essere un secco e perentorio no. E quindi perché mai  da vegani etici dovremmo concedere a qualcuno di abbracciare lo stile di vita che meglio  lo rappresenta o  lo soddisfa giocando  liberamente sulla pelle  degli Animali?

Chi si reputa vegano etico non dovrebbe parlare della sua condizione come di uno stile di vita, di una scelta personale, perché non è possibile in effetti parlare di scelta vegana: per chi ritiene inammissibile lo sfruttamento di esseri senzienti solo perché non umani, non esiste la possibilità di un’alternativa, esiste bensì un obbligo morale da esternare alla comunità, alla collettività  per una reale trasformazione del sentire privato in messaggio pubblico. Rifiutare di adeguarsi al paradigma imperante del dominio umano sugli Animali e sulla Terra, è un atto che significa nel concreto  la salvezza di migliaia di Animali, altrimenti destinati a divenire cibo, vestiario, accessori e mille altri “prodotti” che la società ci impone. Considerare tale rifiuto una scelta privata, svincolata da ciò che quotidianamente avviene intorno a noi, significherebbe  legittimare il  diritto altrui di torturare, sfruttare, imprigionare e uccidere gli Animali.

In quest’ottica la pratica vegana può solamente essere concepita come una vera e propria filosofia di vita. Nell’antica Grecia la filosofia veniva interpretata mediante ampie ricadute sulla vita quotidiana: l’applicazione pratica dei principi desunti attraverso la riflessione. Tradurre in pratica ciò che si pensa è sempre stato un esercizio difficoltoso per il semplice motivo che ciò richiede coerenza, e la coerenza sembra essere merce rara nel nostro tempo. Il veganismo etico inteso come filosofia di vita diviene quindi in tutto e per tutto la “palestra” in cui allenarsi declinando e concretizzando la teoria antispecista. È sempre più necessario ripensare il veganismo etico e qualificarlo finalmente per  quello che è: una  pratica quotidiana etica direttamente derivante dalla filosofia antispecista.

Da ciò si può  facilmente desumere che un vegano etico non  dovrebbe dire, ad esempio, “io non uccido gli Animali, tu sei libero di fare ciò che vuoi” [3], bensì potrebbe limitarsi ad affermare: “io non uccido gli Animali e non posso impedire che tu lo faccia”. Impossibilità,  questa, derivante dalla constatazione che imporre un cambiamento personale e sociale mediante un atto di  forza significherebbe ricorrere alla violenza e alla sopraffazione, ricadendo nel vortice antropocentrico della società umana del dominio da cui ci si intendeva affrancare. Il veganismo etico inteso come una filosofia di vita potrà così trasformarsi in uno strumento utile per la propaganda e la divulgazione dell’antispecismo e, nel contempo, contribuirà a fare chiarezza nel variegato mondo vegan tra chi intende evitare la crudeltà sugli Animali solo nel privato e chi, invece, lotta per la liberazione animale.

di Adriano Fragano - fonte Veganzetta - http://www.veganzetta.org/wp-content/uploads/2011/02/veganzetta-numero-2-inverno-2010.pdf

1. Definizione di Stile di vita dal dizionario della lingua italiana Devoto Oli: “Comportamento caratteristico di una persona o di un gruppo determinato. Abitudine, consuetudine, costume: stile di vita; ha agito secondo il suo solito stile; la riservatezza è nello stile degli inglesi”.
2. Da Wikipedia, l’enciclopedia libera: Stile di vita.
3. Una frase del genere sottende un concetto molto pericoloso (soprattutto per chi ne diviene la vittima) ossia che ciascuno è libero di fare ciò che meglio crede. E questo solo in nome di una presunta libertà dell’individuo umano che si arroga il diritto di attuarla violando non solo la libertà, ma anche la vita altrui. Il vegano etico in una situazione del genere dovrebbe assumere un atteggiamento fortemente critico e di denuncia, per far comprendere all’interlocutore che il suo modello di vita è la diretta causa della sofferenza e della morte altrui, un modello che non può né avere giustificazioni derivanti da improbabili diritti individuali (leggasi il diritto del più forte), né comprensione alcuna.

Note
    Vedi anche:
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